HomeStorie di Artigiani › Storie di artigiani della ceramica: tradizioni che continuano grazie a gesti tramandati
Storie di Artigiani

Storie di artigiani della ceramica: tradizioni che continuano grazie a gesti tramandati

📅 10 Agosto 2026✍️ di Marta Baggi⏱️ 5 min di lettura

Entro nei laboratori con le mani già sporche di barbottina: è il mio modo per capire davvero come si muove una bottega. Mi sono innamorata della ceramica nelle Marche, durante un workshop di cottura Raku che mi ha cambiato la testa e il naso: l’odore della riduzione non si scorda. Da allora raccolgo storie e trucchi, perché spesso sono i gesti minimi — quelli che non finiscono sui social — a tenere viva una tradizione.

Gesti che salvano la tradizione

Il primo gesto che cerco ovunque è l’impastatura. Un maestro di Grottaglie mi ha fatto rifare tre volte la “spirale” di argilla finché l’aria non è sparita. Sembra banale, ma lì si decide il 50% del destino di un pezzo: senza un’argilla ben omogenea, la cottura farà il resto in modo spietato. L’altro gesto è la compressione del fondo al tornio: due passaggi finali, veloci, che impediscono crepe a U comparsa durante il raffreddamento.

Nei paesi dove la ceramica è ancora mestiere quotidiano, questi movimenti passano di mano in mano come una lingua madre. Non è un caso se molte comunità stanno spingendo per il riconoscimento delle pratiche artigiane nel quadro di UNESCO: il valore non è solo nell’oggetto finito, ma nel sapere incorporato nei gesti. E quando quei gesti si aggiornano — nuovi impasti, forni più precisi — non tradiscono la tradizione, la mettono al sicuro.

Casi dal laboratorio: ciò che funziona (e ciò che no)

Mi è capitato di recente, a Faenza, di seguire Giada, giovane artigiana che allieva ceramiche per la tavola. Aveva problemi di cavillature sullo smalto trasparente. Abbiamo fatto tre prove semplici: bollitura, congelamento e shock termico su provini smaltati. Il verdetto è arrivato chiaro: mismatch tra il coefficiente di dilatazione dello smalto e quello del biscotto. Soluzione operativa: aggiungere una piccola percentuale di silice allo smalto e spingere con un “soak” di 20 minuti al picco di cottura per rilassare le tensioni. Al giro successivo, le superfici erano integre.

A Montelupo ho visto un’altra soluzione pratica: per tazze sottili, un artigiano lavora con impasto leggermente più grog (0,2-0,5 mm), che sostiene le pareti in asciugatura e scarica gli stress. Non vince ogni estetica — la grana si avverte — ma i manici smettono di staccarsi. Quando serve uniformità liscia, interviene con una passata leggera di engobbo e carteggiatura a cuoio duro prima del biscotto.

Un lettore mi ha chiesto come evitare shock e crepe nelle cotture Raku. Gli ho risposto come mi hanno insegnato nelle Marche: preriscaldare le pinze nel forno; tenere coperchi e contenitori di riduzione pronti e asciutti; non stipare segatura fino a soffocare la fiamma; contare fino a dieci prima di chiudere, così la fiamma porta via parte dell’umidità e si evita una riduzione “bagnata” che spacca. Piccole accortezze, enormi differenze.

Errori tipici da evitare

  • Asciugatura forzata e disomogenea: phon e stufe creano gradienti interni; meglio correnti d’aria leggere e tempo.
  • Spessori incoerenti: fondi troppo spessi rispetto alle pareti portano a tensioni in cottura e basi concave.
  • Zero provini: smaltare direttamente i pezzi migliori senza test è una lotteria. Tenete una tavolozza di provini etichettati.
  • Smalti non conformi: attenzione ai piombici e alle materie prime senza schede; la produzione per alimenti richiede rispetto del Regolamento REACH.
  • Cotture “alla cieca”: ignorare coni pirometrici o curve consigliate porta a sottocotture croniche o vetrine matte indesiderate.

Consigli operativi immediati

Per chi lavora al tornio: misurate il peso dell’argilla per forma e dimensione, scrivetelo sul quaderno e rispettatelo per una settimana. La ripetibilità elimina metà delle sorprese. In rifinitura, fate due compressioni incrociate del fondo con una stecca liscia: è un minuto in più che evita ore di lamentele dopo la cottura.

Sugli smalti: setacciatura a 80-100 mesh ogni volta prima dell’uso, densità controllata con densimetro o, più semplicemente, cronometrando il tempo di colatura su un cucchiaio standard. Se il tempo varia di oltre il 10% tra una sessione e l’altra, correggete con acqua o aggiunta di sospendenti, altrimenti la resa sarà imprevedibile.

Sul forno: inserite una pausa (soak) di 10-20 minuti al picco. Aiuta smalti e corpi a “respirare” e abbassa le tensioni interne. Nei forni elettrici piccoli, lasciate raffreddare fino a 100-120 °C prima di aprire: la frenesia di vedere il risultato è la principale alleata delle cricche da termoshock.

Per l’accoppiata smalto/argilla alimentare: fate il test dell’aceto per 24 ore su provini smaltati, cercando opacizzazioni o aloni. Non è un certificato, ma segnala subito smalti delicati. Quando passate a vendita, rivolgetevi a un laboratorio per i test migrazione: costa, ma tutela cliente e bottega.

Raku in sicurezza: guanti in kevlar, visiera e area esterna sgombra. Preparate i contenitori di riduzione su coperchi rialzati per creare un piccolo camino: la fiamma sale, il fumo lavora, il pezzo non soffoca. E ricordate di bagnare il suolo circostante: le scintille non guardano in faccia a nessuno.

Nuove strade, stessi gesti

La sperimentazione non è un tradimento. A Perugia ho seguito un laboratorio che usa estrusori e una piccola stampante 3D per argilla: i prototipi escono grezzi, ma il finishing resta tutto nelle mani. Le superfici vengono compresse, i bordi rifiniti, gli smalti bilanciati a occhio e memoria. È la prova che la tecnologia allarga il campo, non sostituisce l’abilità.

Un’impresa familiare a Caltagirone mi ha mostrato come aggiorna i decori tradizionali con una palette di smalti autolimitanti per ridurre le colature su superfici verticali. Il trucco? Un 2% di bentonite nello smalto e una prima “nebulizzazione” leggera prima dell’immersione. Antico e nuovo si stringono la mano.

Dove la tradizione si allena ogni giorno

Se state iniziando, cercate una bottega dove poter osservare i gesti lenti: mani ferme al tornio, pollici che ascoltano lo spessore, pazienza nei passaggi di asciugatura. Portate un quaderno: segnate pesi, tempi, temperature, perfino l’umidità del giorno. I dati non tolgono poesia, la mettono al riparo dagli errori ripetuti.

Io continuerò a girare laboratori, con la curiosità di chi impara e la schiena di chi solleva pacchi di argilla. Se avete dubbi pratici, scrivetemi: a una lettrice ho risolto un problema di bolle di spillo riducendo la temperatura di 10 °C e allungando il ramp-up prima del picco; a un giovane torniante ho consigliato un semplice calibro per controllare gli spessori in rifinitura. Piccoli aggiustamenti, grandi passi avanti. È così che i gesti tramandati restano vivi: allenandoli ogni giorno, pezzo dopo pezzo.

Marta Baggi

Marta Baggi si è innamorata della ceramica durante un viaggio nelle Marche, dove ha preso parte a un workshop sulle tecniche di cottura Raku. Da allora colleziona interviste e storie degli artigiani emergenti. I suoi articoli pongono particolare attenzione alla sperimentazione nei laboratori contemporanei.

Torna in alto